Il mio primo maggio, parola (pardon racconto) di Maria Corsetti

Maria Corsetti e micino, come dire due gatti

Pubblico l’articolo di Maria Corsetti, un racconto incredibile di una delle migliori “raccontatrici per iscritto” che abbia incontrato nella mia ormai quarantennale militanza scrivente. Sensibilità ed intelligenza che mi onoro di ospitare nel mio piccolo blog personale. Grazie Maria e che questo sia il primo di una serie

Ho inteso, nel senso di sentire dentro, davvero, il primo maggio negli anni in cui ho insegnato alla scuola dell’infanzia.

Sono stati gli anni del lavoro senza tregua, delle ore senza sosta, del peso di una responsabilità per tante vite. Mi è capitato nella vita di lavorare molte più ore delle cinque all’infanzia e anche per più giorni durante l’anno, ma la percezione di quelle ore è un gigante, il pensiero che ogni cosa detta e ogni gesto fatto si tramuterà in tanti futuri.

Il primo maggio era l’ultimo baluardo prima dei due mesi finali, alle volte veniva in soccorso anche la Festa della Repubblica, tra il caldo di giugno e i bambini stanchi dei giochi consumati in un anno.

Avevano tre anni, alcuni neanche, questi piccoli quando le mamme li portavano per la prima volta a scuola. Erano piccoli piccoli, spaventati, con la forza di urlare e piangere per ore e ore. E la cosa andava avanti per giorni, e se piangeva uno piangevano almeno altri quattro a seguire. Si erano appena fatti una ragione di questa strana abitudine di passare la mattina a scuola, quando iniziava la mensa. I bambini non conoscono l’orologio, ma percepiscono perfettamente lo scorrere del tempo. E in quell’ora che coincideva con l’uscita dovevano invece lavarsi le mani. Sono cuccioli inclini al gioco i bambini: la fontanella e il sapone che esce dal dispenser è un divertimento, così come spruzzarsi, anche se ormai è ottobre e non ci si può bagnare. Poi a tavola, oddio cosa c’è dentro il piatto. Mamma non me l’ha mai fatto, neanche nonna. E qui nonna non c’è, chi mi imbocca, non sono capace a usare la forchetta. Piango. Urlo. Butto il piatto per aria. I bambini più grandi ridono. C’è chi ha fame e apprezza tutto, c’è chi non può mangiare qualcosa e guarda nel piatto dell’altro bambino perché è proprio quella cosa che vorrebbe mangiare.

Si torna in classe, mamma quando viene. Piccolo ci vuole un altro po’. Quanto?

Fortuna quest’anno sono più grandi, ormai conoscono le regole. E sanno perfettamente come aggirarle. Le bambine commentano i loro vestiti, parte una sberla: è la punizione che una seienne ha inflitto all’amichetta di sempre perché ha indossato una certa maglietta. Non c’è verso di fargli tenere i grembiulini a posto. Li alzano, se li sbottonano, gli fanno cadere sopra l’acqua così sei costretta a farglielo togliere per asciugarlo.

“Maestra ti voglio bene”, lo dicono eccome ed è bello sentirselo dire.

“Maestra che bello smalto turchese che hai alle unghie, ce lo metti anche a noi?”. E adesso che faccio? Passo un momento irripetibile con queste bambine, oppure rischio di finire sui giornali perché una mamma mi ha accusata di usare sostanze chimiche non permesse a scuola? Che ho intossicato la figlia? Che invece di fare il mio lavoro mi sono messa a giocare all’estetista con dieci bambine? Che faccio? Le bambine hanno la vista dotata di raggi X: sanno quindi che nella borsa ho la boccettina dello smalto. Le deludo? Venite qui bambine, tutte ferme, le manine sopra il tavolo. Sanno perfettamente come si mette lo smalto, stanno tutte immobili. Mentre metto lo smalto controllo che tra i maschi non si generi la rissa. Bambini per favore, state calmi per un po’, ecco fate un bel disegno. Tanto di occhi ne ho due, uno mi serve per mettere ben lo smalto, con l’altro tengo sotto controllo la situazione.

Buon primo maggio maestre dell’infanzia, siete nel mio cuore. Sono stata una di voi e ne sarò sempre orgogliosa.