L’uomo sottointeso di Pietro Piccoli

L’uomo sottinteso di Piccoli Segni di pennello come macchiaioli che segnano il nervoso del contemporaneo, di un mondo in attesa di uomini.Mari che sono placidi testimoni per barche, come se le anime fossero terminate nei ritratti di mondi dove si“rinasceva”si“impressionava”. Pietro Piccoli non cerca rinascite né impressioni esprime spazi,spazi che non hanno gli uomini perduti nelle cose di una società di cose. Le vele solo piene di vento, ma assenti di mani. I colori scendono dall’alto, in un originale percorso del pennello che “scende” in un mondo che è come difeso dalla gelatina di mancanza del tempo. Ferma tutto Pietro Piccoli, come se avesse bisogno di non far scorrere, come se non avesse bisogno di movimento perché la sua sensibilità è quella di fermare nelle macchie il particolare in quella umana condanna di vivere sempre questo attimo e mai il precedente o il prossimo. Le macchie si fanno vela, edificio, vicolo, mare che è come testimone come Atlante che regge il mondo ma non si vede, è sottinteso. Mette in discussione, la pittura di Piccoli, quello che non dipinge: l’animo umano, come se volesse sottolineare con quella assenza la sua iperpresenza. Perché i soggetti del rappresentare sono senza uomini ma fatti dagli uomini, una natura umanissima nella curvatura del legno per far barche, negli edifici per rifare i luoghi della natura. Percorsi dentro la capacità di trasformare il mondo e trasformare l’anima. Le barche arrivano fin dentro le case sono il dubbio che sta nelle domande dentro le sicurezze delle risposte di quegli edifici che “vestono” l’umanità e la fanno non serva di paura. Non c’è paura nella pittura di Piccoli, ma trasformazione è pittura forte di “assenze” non pittura violenta e palese di presenze, non è la disperazione di Caravaggio che fa muscoli, dolore, corpi ma il messaggio non è dissimile. La tecnica è figlia di sovrastrutture culturali, ma tiene ancora l’intuizione del dono che la Grazia dà a ciascuno e quella di Piccoli è la grazia di rappresentare l’umanità trasformante. Le sue città sono arroccate, i suoi cieli sono di azzurro negato, come le anime, così negato da essere un ipercielo.
Gli uomini fanno case davanti al mare e il mare le guarda, a dire che è una sfida estetica tra il modellare la terra e il ferire il mare denso con la prua delle barche, a vela perché la sfida umana è dentro gli elementi della natura. Un mondo dove non c’è meccanico, ma c’è l’armonico di cercarsi. Le pennellate sono nervi scoperti, sono sensibilità iperboliche, nel dramma del nostro vivere che è nervo scoperto alla paura del cielo nero, del mare che sta fermo ma per urlare e non sai quando. La vita? Negli alberi, testimoni di sensibilità che ti trovi dentro il quadro che non vedi se
corri, è una pittura da fermarsi e da sentire, come una telefonata da lontano che senti la voce ma vedi l’amico, l’amica, il tuo altro come davanti ed è solo voce. Solo pennellate, solo macchie, ma vedi quello che Piccoli dipinge con forza estrema, un uomo dentro il mondo, l’uomo testimone e timoroso del mondo. L’uomo che non c’è perché si cerca in ciò che fa.

PIETRO PICCOLI
Luce senza fine a cura di Giancarlo Bonomo
Camera dei deputati
Roma – Complesso di Vicolo Valdina
4 dicembre 2012