Ode cispadana alla bicicletta, per i fighetti della bici e delle piste a girotondo

Ora la bicicletta è figa, piena di carbonio e non so che altra roba, la mia era di acciaio. Roba tosta, come Stalin. E la bicicletta era la macchina perfetta: moltiplicava la forza, aumentava la distanza percorribile, dava la libertà. La bicicletta era anche una specie di carta di identità: se andavi in bicicletta eri cispadano, colono, non cittadino ma contadino. Come una bandiera, perché il cispadano è della bicicletta, ci sta nel piano da cui viene e resta nel piano in cui sta. Il cispadano pedala a schiena dritta e pure se la buca la becca pare che è seduto non in canna ma su una quercia, e non si piega.

Il cispadano è ciclista che la “Legnano” è come l‘Isotta Fraschini, e il cambio non è a mandorla ma “Campagnolo“, cispadano pure lui.


La Legnano era l’Isotta Fraschini, la Bianchi come la Fiat e la velocità? Era quella di Coppi, Bartali. Perché la bicicletta è cispadana, se pedali e fatichi vai, se non lo fai resti fermo come un salame, meglio come un musetto.
La bicicletta che era dei fanti sul Piave, delle staffette per resistere ai fascisti e del compare e della comare appoggiati dietro un pagliaio.

In fila nell’aia che ballavano con la fisarmonica e il cappello era da bersagliere. Ogni bimbo ebreo sa leggere per via della necessità di far sue le scritture e la parola di Dio, ogni cispadano sa di bicicletta perché chi non va in bicicletta non arriva presto al paradiso che sta sempre dietro un qualche pagliaio.

Domani è in bicicletta. Oggi la bici ha perso la cletta ed è come un’auto tedesca all’Alfa Romeo: gelo a passione. Nulla ad amore. La Legnano era bella che ti restava a vita, la Bianchi comoda che “gnanca i crucchi me ga fermà”.

Dovrebbero fare un monumento alla bicicletta, poggiata dietro un pagliaio, in questa città: in fondo, siamo tutti figli di quel posto che aveva memoria di grano.