San Giovanni la mia piazza nella musica che non riconosco

Za Pippa, al secolo Filomena Borgioni (mia nonna)

Mi sono accorto del tempo che fugge, del tempo non mio. In Tv passa il concertone del primo maggio, piove e mille e mille ragazzi sono lì. Anche io un lontano ieri, anche io ma forse con più politica, o più illusione, o solo con la delusione degli sconfitti che porto addosso. Dico ci sarà L’internazionale, faranno il canto del lavoro, ma no ed è giusto così. Ma non capisco i cantanti, non li conosco, non capisco la musica e capisco mio padre che non capiva le mie “nenie”, le tristezze blasfeme, e quella follia per libertà che non erano “libertà dalla fame”, ma prenotazione di vizi. Ero contemporaneo, tempo fa, ora sono un conservatore di un progresso che non c’è stato. Piove, io sono al caldo, la militanza sarebbe stata di un palazzo d’inverno da prendere in estate con il caldo. Ascolto e non capisco, ma che bello sarebbe prendere tutta quella pioggia, nessuna goccia esclusa in cambio di una illusione ancora non delusa. Guarda la camera la piazza, è la piazza San Giovanni dove facevano capolinea le corriere da Sezze per Roma, via Velletri, quelle che prendevo di mattina presto per accompagnare nonna, za Pippa, alle cure dell’ospedale lì vicino Nonna non prendeva metro o treno, ma solo la corriera diretta, senza cambiare a Latina. Partivo prima delle sei, stavamo a San Giovanni alle 9, poi si arrancava a piedi, poi la cura, e subito a casa, dallo stesso punto. “Che chiesa grande”. “E’ San Giovanni basilica, la mater et caput di tutte le chiese, del mondo, la chiesa delle chiese”. Non l’ho mai detto a nonna, ma un poco ho pregato chiedendo che la pietà facesse di quelle cure incerte, una vita un poco più lunga per lei. Insomma questo posto fu speranza per una cosa mia, poi una speranza collettiva che ero grande ed illuso. Lei non c’è più, la mia idea manco. Resto solo e ascolto canti che non conosco, qui ho perso un amore e una fede, in una piazza sola. Fa freddo questo primo maggio, ci vuole coraggio a pensieri contorti. Me lo diceva sempre “co su capo”, mi dissero poi “la giustizia non c’è”. Ma, confesso, ho sperato e questo, ora da vecchio, mi fa un poco più umano. Ecco la corriera, l’autista gira il cartello c’era scritto Roma alla partenza, ora Sezze è tempo di ritorno.