Topolino apprendista stregone e incontri

Si è perduto in un mare di sensi mal celati. L’uomo non aveva ambizioni, non ambiva ad alcuna meta. Era a metà di strada e lei era ad iniziarla. Due mondi così staccati, da non aver contatti, ma solo condivisione di spazi. Lei chiese alla cameriera una tazza di caldo, ma a maggio hai bisogno di caldo? Lui non ordinava niente, riordinava idee vaghe. La strada era senza rumore, la gente rada. Che anima raffinata pensare a distanze così finite, lui aveva un foglio dove sgraziatamente appuntava. Lei si trovò a guardarlo, lui a trovare umanità in questo scambio. Come vedete domande diverse in un medesimo tempo, inevitabile per scelta perchè altro non c’era, e neanche la primavera. Lui si acceto della direzione di quella vista,. lei rimase ferma su quella mira, si erano come messi in una linea retta, diretta. Come ve la descrivo, lei era un filo, lui? Come ve lo dico, era come un placido salice in un ansa del fiume, dentro un prato all’inglese che lo faceva ancora più solo. Erano penanti di quella pena che si fa malinconia a marzo, accenna a rinascere a aprile, poi a maggio fa il fioretto di non morire.

Si parlavano fitti, se credete alla sciocchezza del parlare senza parole, del profumo che fa il caffè quando riposa, vigilia rosa di un giugno che stava per venire, ma non voleva per pigrizia. Fu lui a prendere lo stacco, a rompere quel chicchiericcio muto, le disse: “posso, se posso?”. Lei si sentì come avvolta nella voce, avviluppata. Lui non ne voleva sapere niente, di tutta quella gente che non c’era, era come il cannone al Gianicolo, carico per il mezzogiorno, lei era quella serva urbana che la fa fiera ed elegante, la fa gatta e tigre, la fa quel che è: anima in pena che ora si è persa un una confusione impertinente. Dicono che li hanno visti poi, mano nella mano. Chi li ha visti partire, chi salutarsi senza saluto. Fate voi, ciascuno ha il suo fato, fatto sta che hanno cantato bicchieri e stoviglie… Topolino apprendista stregone.